Obama rassicura Bibi e negozia un piano strategico sulla Siria
“Al momento non abbiamo elementi per provare che sono state usate armi chimiche in Siria”. Davanti a una commissione del Congresso l’ambasciatore americanO in Siria, Robert Ford, ha ripetuto quello che la Casa Bianca ha detto martedì dopo che sono stati riportati, senza conferme, attacchi con armi chimiche nel nord del paese. Quella è una delle “red line” fissate da Barack Obama per un intervento militare in Siria. Il ministro dell’Intelligence e degli affari strategici del nuovo governo Netanyahu, Yuval Steinitz, ha detto invece alla radio dell’esercito israeliano che è “chiaro” che ordigni di quel tipo sono stati impiegati in Siria, e la convinzione è confermata da una pioggia di dichiarazioni anonime di funzionari della sicurezza israeliana. Meotti: Israele dà il benvenuto a Obama con il “governo dei coloni”
22 AGO 20

New York. “Al momento non abbiamo elementi per provare che sono state usate armi chimiche in Siria”. Davanti a una commissione del Congresso l’ambasciatore americanO in Siria, Robert Ford, ha ripetuto quello che la Casa Bianca ha detto martedì dopo che sono stati riportati, senza conferme, attacchi con armi chimiche nel nord del paese. Quella è una delle “red line” fissate da Barack Obama per un intervento militare in Siria. Il ministro dell’Intelligence e degli affari strategici del nuovo governo Netanyahu, Yuval Steinitz, ha detto invece alla radio dell’esercito israeliano che è “chiaro” che ordigni di quel tipo sono stati impiegati in Siria, e la convinzione è confermata da una pioggia di dichiarazioni anonime di funzionari della sicurezza israeliana. E’ una specie di coro che ha accompagnato la prima giornata di Obama in Israele, l’inizio di una missione di “remedial diplomacy” per rassicurare l’alleato sulla minaccia iraniana e ristabilire, con ampio ricorso ai simboli, il senso di un’alleanza che “posso dichiarare con fiducia che è eterna”, come ha detto Obama nel breve discorso introduttivo. L’Iran è uno degli argomenti fondamentali delle discussioni a porte chiuse fra Obama e Netanyahu – così come gli insediamenti e il processo di pace – ma la Siria è il dossier più urgente. E Obama funge da apripista per la visita, il mese prossimo, del segretario del Pentagono, Chuck Hagel.
Brian Katulis, analista del Center for American Progress, il pensatoio più vicino all’Amministrazione Obama, dice al Foglio che “la Siria è in cima alla gerarchia delle priorità di questo viaggio. L’aspetto simbolico è politicamente rilevante, ma Obama e Netanyahu devono valutare un’idea strategica per il dopo Assad. A porte chiuse si parlerà soprattuto di quello, perché la caduta del regime sarà soltanto l’inizio del problema, e mentre per contrastare l’Iran abbiamo un’idea strategica, sulla Siria va costruita”. In questo senso la visita di Obama in Giordania – dove ci sono circa 400 mila profughi siriani – assume un peso specifico enorme: “Re Abdullah chiederà a Obama di parlare con gli alleati dell’area, specialmente con i sauditi, per rafforzare l’alleanza strategica, e questo è importante anche per gli interessi israeliani”.
Elliott Abrams, diplomatico americano ed ex consigliere di Reagan e Bush, è appena tornato da un lungo viaggio in Israele dove, dice al Foglio, “ho registrato un’enorme preoccupazione sulla crescita dei jihadisti in Siria. Come si comporteranno questi elementi il giorno dopo la cacciata di Assad? Potrebbero rimanere in Siria, oppure spostarsi in Libano o accrescere la faida fra sciiti e sunniti in Iraq. Alcune di queste soluzioni sarebbero drammatiche per Israele, che ha bisogno di Washington per costruire un progetto siriano credibile. Ad Amman, ad esempio, Obama troverà un regno pieno di profughi, impoverito e con relazioni mediocri, per dir così, con i vicini. Su questo tema avrà i dialoghi più importanti”. Certo, l’Iran rimane una issue decisiva per Netanyahu, il quale, dice Abrams, “è riuscito a estendere il consenso internazionale sulle effettive capacità di Teheran di costruire l’atomica e ora chiede a Obama di esprimersi con più convinzione. Washington ora sta usando una retorica più dura contro l’Iran rispetto al passato, ma Israele vuole un impegno concreto, altrimenti sono convinto che procederà da solo allo strike. Lanciare da Gerusalemme un messaggio contro l’Iran servirà ad aumentare il coefficiente di penetrazione di Obama”. Le manovre strategiche spetteranno poi a Hagel nella missione di aprile, secondo tempo della visita obamiana.